Centro Studi Storici dei PP. Barnabiti - Notizie
 

RECENSIONE



Roberto VALABREGA, Un anti-illuminista. Dalla cattedra alla porpora. Giacinto Sigismondo Gerdil. Professore, precettore a corte e cardinale. Deputazione Subalpina di Storia Patria, Studi e Fonti per la Storia dell’Università di Torino, XIII,
Torino, Palazzo Carignano, 2004, 421 pp.


Il Cardinale Sigismondo Gerdil (Samoens 1718-1802 Roma) è una delle glorie della Savoia. Non appare forse superfluo ricordare come ancora fanciullo, nella sua cittadina natale conobbe i Barnabiti intenti a predicarvi una missione. Entrato nell’Ordine dopo essere stato loro alunno nei collegi di Bonenville, Thonon e Annecy, intelligentissimo e dalle idee ben chiara, alcune settimane prima di entrare in Noviziato, a Ginevra, roccaforte del calvinismo, si recò nelle scuole teologiche dei protestanti per incontrare gli studenti e invitarli a tornare alla retta fede; sarebbe stata questa la linea di condotta di tutta la sua vita, che conobbe momenti di grande prestigio: grande conoscitore della lingua italiana (più tardi gli Accademici della Crusca lo vorranno tra i loro membri), si rivelò ben presto un grande teologo. Il Cardinale Lambertini, una volta conosciutolo, lo volle come amico, tanto che a solo 18 anni il giovane Gerdil si trovava a passeggiare nella sua carrozza mentre lui gli affidava la traduzione in latino di alcuni brani di autori francesi, che poi inserirà nella sua celebre opera De beatificazione et canonizatione… Un anno dopo Gerdil già insegnava filosofia a Macerata nel collegio del proprio Ordine e, passato a Casal Monferrato, ricevette l’ordinazione sacerdotale, componendo, nel tempo libero, la sua prima grande opera pubblicata a Torino nel 1747: L’immaterialité de l’âme demontreé contre M. Locke par le mêmes Principes, par lesquels ce philosophe démontre l’Existence et l’Immortalité de Dieu…. Vittorio Amedeo III gli offrì la cattedra di Etica all’Università di Torino e cinque anni dopo quella di Teologia morale, occupandosi con successo anche della matematica. Quando Rousseau lesse il suo anti Emilio riconoscerà: «è l’unico scritto contro di me che io trovi degno di me». Nel frattempo nel 1758 il Papa suggeriva al re Carlo Emanuele III di affidare alle sue cure il principino suo nipote, mentre pubblicava un trattato contro il duello. Clemente XIV nel 1773 lo riservò cardinale in pectore finché nel 1776 Pio VI lo chiamò a Roma per farlo consultore del S. Ufficio, Vescovo in partibus e l’anno dopo cardinale. Dopo di che si dedicò a combattere strenuamente il giansenismo in Italia difendendo la legittimità della devozione del Sacro Cuore di Gesù. Fu lui anzi che redasse la bolla Auctorem Dei (fidei??). Se la Rivoluzione francese lo aveva scacciato da Roma, verso la fine del 1799 partì per Venezia dove si teneva il conclave per l’elezione del nuovo Papa. Benché ottantaduenne quasi tutti i cardinali pensarono a lui. Ma si oppose la volontà politiche del governo austriaco avverso alla Francia, a cui apparteneva di nascita il Gerdil. Il cardinale Hertzan, portavoce dell’Austria presentò il veto dell’Imperatore. Dal conclave uscì così eletto Pio VII. Gerdil lo seguì a Roma ed ebbe ancora la forza di scrivere contro il Regalismo. Morì il 12 agosto 1802. Il papa stesso benedisse la sua salma che fu sepolta nella chiesa di San Carlo ai Catinari.
Basta questo brevissimo profilo biografico, benché necessariamente mutilo del sua non certo piccola produzione letteraria, per comprendere l’importanza di questo nuovo studio che vede il Gerdil impegnato a fronteggiare il nuovo che avanzava in un’epoca in rapida trasformazione. Il Valabrega infatti, avendo già affrontato la poliedrica figura del Gerdil nella sua Tesi di Laurea discussa a Torino nel corso dell’Anno Accademico 1997-98 (cfr. Lettura e critica dell’Illuminismo nell’opera di Gerdil) e nel numero speciale di questa stessa rivista a lui dedicata con il suo articolo Gerdil e la critica alla cultura dei Lumi (cfr. «Barnabiti Studi», 18 [2001]), può allargare ora il suo campo d’indagine per concentrarsi sul non trascurabile ruolo che ricoprì l’illustre Barnabita nella temperie culturale piemontese del XVIII secolo, soprattutto nella sua veste di docente dell’Università di Torino e di membro della Reale Accademia delle Scienze. L’obiettivo proposto è quello di verificare la reale portata della sua linea di pensiero rispetto agli impulsi novatori del tempo, al di la di quelle possibili forzature contingenti che lo dipingevano di volta in volta come un acceso anti illuminista. Se il Gerdil seguiva quel nuovo metodo che partiva dagli stessi principi sani dell’avversario per poi confutarlo, da una calibrata messa a fuoco delle sue risposte in merito ad alcuni temi allora particolarmente dibattuti – come la funzione economica del lusso, l’usura, il giudizio sulle culture indigene dell’America Settentrionale, etc. –, si evince dallo studio dell’A. come al di sopra di ogni sterile polemica il Barnabita, dialogando con le più svariate problematiche suscitate dal pensiero moderno nel campo politico, sociale ed economico, si sia prodigato in una netta e convinta difesa dei principi della tradizione cattolica (vedi, per esempio, il suo Super solididate petrae fundatam a Christo del 28 novembre 1786). Da qui il suo sforzo, all’insegna non tanto di una sterile apologia controversistica, quanto piuttosto di una fine critica avvezza al rigore logico del pensiero dell’Aquinate: «Un chef d’oeuvre de methode, d’ordre, de raisonnement» (p. 9). La vicinanza di pensiero con il Muratori e l’attaccamento alla tradizione pedagogica del proprio Ordine religioso di appartenenza, lo spinsero ad aprirsi alle scienze sperimentali, dell’erudizione, della matematica, della storia, richiamandosi, benché considerato troppo audace a motivo della diffidenza dello Stato Sabaudo nei confronti della Curia Romana, al progetto di riordino dell’Università di Torino stilato da Scipione Maffei nel 1718.
Una volta ammorbiditesi sotto Carlo Emanuele III le posizioni giurisdizionaliste di Vittorio Amedeo II, grazie al conseguente miglioramento dei rapporti con la gerarchia ecclesiastica che aprì la strada a possibili compromessi con gli Ordini religiosi, come già si è notato si giunse alla fondazione del Collegio dei Barnabiti di San Paolo a Casale Monferrato, che divenne la Sede delle Scuole Regie (p. 22). Qui il Gerdil fu chiamato per un decennio a ricoprire la Cattedra di Filosofia, mentre insegnava tale disciplina nelle scuole dei Barnabiti di Macerata, superando in tal modo l’atteggiamento sospettoso del Magistrato dell’Università; a questo interessante periodo l’A. dedica l’intero secondo capitolo del suo volume.
Ma è soprattutto nel III capitolo dedicato al Gerdil maestro sulla cattedra di Filosofia Morale e su quella di Teologia Morale (pp. 113-131) che appare a “tutto tondo” il ruolo da lui ricoperto nell’ambiente universitario torinese (pp. 132-152). Con le riforme del 1720 e del 1729, l’Università di Torino aveva infatti molto ampliato il suo ruolo di educatrice della società subalpina. Tra le nuove cattedre c’era anche quella di Teologia Morale, affiancate da quattro conferenze di Teologia morale per il clero finanziate dallo stesso re Carlo Emanuele III allo scopo di appianare le divergenze teologiche esistenti e ricondurre il tutto alla dottrina dell’Aquinate. Il Gerdil salì in cattedra nel novembre del 1750 succedendo a Michele Cesati che era diventato vescovo di Mondovì. Le sue capacità e la chiara ispirazione del P. Malebranche (vedi la sua Défense du sentiment du P. Malebranche… del 1748), ne facevano la persona più indicata. Secondo il Regolamento, tenne la prolusione al nuovo Anno accademico, nella quale non fece sfoggio tanto di eloquenza, dimostrando, in opposizione a Montesquieu, che la virtù politica era necessaria allo Stato (fu data alle stampe dopo varie revisioni). Per il Gerdil, la virtù politica si identificava con l’amor patrio, il senso del dovere e il rispetto della legge, e non come voleva il Montesquieu con l’interesse dello Stato. L’orientamento filo-sabaudo permeava il pensiero gerdiliano, per il quale la felicità del popolo doveva essere il supremo impegno di ogni governante. Pubblicando la sua Prolusione, ebbe poi l’accortezza di accompagnarla con 15 “questioni” che, benché solo marginalmente presenti nel suo discorso, criticavano Montesquieu, concorrendo all’assunto che la virtù morale è il principio insostituibile di qualsiasi governo che voglia assicurarsi la propria e l’altrui felicità. Come la virtù politica si basi poi sulla religione, viene trattato dal Gerdil nella Disputatio de Religione… Sulla base di questi principi, Gerdil, amando il confronto dialettico, confutò altre opinioni errate riguardanti le virtù e la morale che circolavano a suo tempo.
Particolare attenzione viene posta dall’A. al periodo in cui il Gerdil ricoprì la cattedra di Teologia Morale, una volta lasciata nel 1754 quella di Filosofia Morale. La sua Prolusione di rito pronunciato in quello stesso anno, De Causis Academicarum disputationum in theologiam moralem inductarum oratio…, affermava come il troppo discutere di morale poteva avere conseguenze pericolose, visto come dal troppo parlarne sia nato l’andazzo di svalutarne l’importanza che invece tale disciplina ricopre. Alieno da ogni forma di lassismo e di rigorismo, inclina all’equilibrio del probabilionismo abbracciando con mente pura e cuore distaccato tanti casi pratici, rivelando in tal modo le metodologie che informeranno i suoi corsi. Qui il Valabrega introduce l’analisi dell’opera Theologiae Moralis libri quattuor, iniziando con il fondamentale Trattato De actibus humanis, la base di tutta la moralità umana. Compito della Teologia Morale non sarebbe stato dunque quello di trasmettere l’opinione del docente, ma i sani principi contenuti nella tradizione ecclesiastica. L’A. pur non ripercorrendo nel volume l’insegnamento gerdiliano nel suo pieno svolgimento, ne fa emergere i punti-chiave del pensiero, che sempre cerca di saldare le norme morali con quelle insite nella natura umana. Vengono così, di volta in volta, affrontati vari problemi pratici, come i contratti e l’usura. Lo studio focalizza così il Gerdil nel suo ambiente universitario, che lo accolse con grande stima (partecipò con altri professori al Sinodo Torinese del 1755) e dove esercitò, grazie alla sua cultura, avesse un forte ascendente sugli altri professori, che ripudiavano Montesquieu, Rousseau e tutti i Philosophes in genere. Ascendente che caratterizzava la sua persona a corte come all’Università (vedi le vicende ampiamente descritte nel volume riguardanti Francescantonio Chianio col il suo De regimine Ecclesiae, lezioni di impostazione giurisdizionalista. Carlo Emanuele III fece sequestrare gli scritti incriminati e partì l’inchiesta. Nella Commissione c’era anche il Gerdil che consegnò un parere ispirato a moderazione e equilibrio: si astenne da ogni censura, ma spiegò le frasi incriminate che erano non bene espresse).
Nella seconda parte sempre del capitolo III, l’A. continua a descrivere il ruolo esercitato dal Gerdil nell’Ateneo torinese, per esempio nei confronti della funzione di controllo sul progetto di riforma del Corso di Teologia scolastico-dogmatica proposta da G.B. Vasco, dopo la sua nomina a docente di teologia all’Università di Cagliari. Nonostante la moderazione del Vasco, Gerdil presentò delle critiche precise, per esempio, insistendo sul quadriennio, al posto del quinquennio. Punti questi in cui Vasco si discostava da S. Tommaso e di conseguenza offriva il fianco alla critiche del Barnabita, che si presenta come il “Tutore dei Regolamenti dell’Università di Torino”. Basti qui accennare ai punti di contatto tra Carlo Denina e il suo l’Anti Emilio: educazione come strumento atto a formare i costumi e riformare l’equilibrio nei giovani; vantaggio per lo Stato e una valida educazione. Danina appariva comunque più aperto del Gerdil, anche per l’ambiente cosmopolita causato dai diplomatici presenti alla Corte Sabauda. Oltre il Danina, anche Francesco Regis condivideva con il Gerdil l’importanza della cultura classica come baluardo contro la decadenza dei costumi e l’abuso della Filosofia. Benvenuto Rubio sviluppò in senso oltranzista l’anti illuminismo di Gerdil nel Trattato Della Falsa Filosofia, e in campo educativo continuò l’Anti emilio di Gerdil non solo riguardo all’educazione del fanciulli, ma anche dei giovani. Gerdil fece lodi ma anche critiche al matrimonio e all’usura (l’A. rimanda la trattazione dell’usura al capitolo VI, fermandosi in questo capitolo sul De Matrimonio). Alle critiche poi mossegli dal Conte di Malines, che cioè il Gerdil era il meno adatto a educare un principe, perché non gli dava piena coscienza dei suoi diritti sovrani e i mezzi per rintuzzare le pretese curiali di competenza su tutto il campo matrimoniale, Gerdil operò una chiara distinzione tra la sacramentalità del matrimonio voluta da Cristo e di competenza ecclesiastica, con l’aspetto fondamentale del contratto naturale che rimane anche con l’elevazione del matrimonio a sacramento e che non pregiudica gli effetti civili del matrimonio, i quali competono al Principe. Bene evidenzia poi il Valabrega il ruolo che il Gerdil ebbe nella fondazione dell’Accademia delle Scienze, come la sua liberalità nelle materie e nell’ambiente vario dei ricercatori, anche illuministi, ma tutti tesi al progresso scientifico.
Nel capitolo IV si affronta l’azione educativa del Gerdil, che dal 1758 assunse il ruolo di precettore del nipotino di Carlo Emanuele III, Carlo Emanuele IV. Il suo progetto educativo viene documentato da alcune opere, di natura diversa e a seconda dei momenti e delle finalità con cui furono composte. Di composizione prettamente didattica appaiono il Plan d’etudes pour le Prince de Piemont e il Plan d’etudes pur in jeune Seigneur, ambedue composti a Torino e pubblicati nel 1784 a Bologna e 1806 a Roma. Essi bene si inseriscono nella tradizione delle Institutiones du Prince, composte alla Corte francese. Gerdil li conosceva perché li citò (Bossuet, Fenelon, Yvateaux, de Comines), anche se si appoggiò di più su Paolo Mattia Doria (cfr. «Della educazione del Principe»), preso a modello in campo etico, pedagogico e civile, come ancora attestano le numerose citazioni. Comuni a Gerdil e Doria appaiono l’educazione religiosa, l’importanza attribuita alla logica e alla metafisica per la formazione intellettuale, e il criterio logico posto alla base di ogni distinzione di vero e di bello. E qui l’A. fa l’elenco delle principali fonti a cui il Gerdil si era ispirato nelle varie discipline da lui trattate (storia, mitologia, ecc.). Importante, tra l’altro, il suo Regole da osservarsi dalli signorri convittori del Collegioo Ecclesiastico eretto dalla singolar beneficenza e pietà del Santo Padre Innocenzo XII di santa memoria per gli ecclesiastici secolari… del 1784.
Il capitolo V dimostra come già nell’Anti Emilio e più ancora nel Plan d’Etudes pour un jeunne seigneur, Gerdil consideri la storia (specialmente quella antica) come una grande maestra di saggezza e di moralità, oltre che insigne strumento utile alla riflessione (vedi la distinzione tra istruzione che illumina e rischiara lo spirito ed erudizione che l’arricchisce, quando non la sovraccarichi…), diventando anche scuola di ragionamento, per la serie di mutamenti che dipendono da altri mutamenti. Non si configura comunque una trattazione organica sulla funzione della cultura storica nell’educazione e formazione di un uomo; sono solo osservazioni presenti qua e là. Gerdil infatti non è uno storico ma un ragionatore, che vede la storia come insegnamento di morale civile e politica. Egli possiede la naturale tendenza a valutare fatti e personaggi dal punto di vista morale; e quindi la storia viene vista come una palestra per imparare a ragionare e a collegare le idee, nonché i fatti visti come cause vicine o lontane dei processi storici (cfr. l’Historie des sece de philosophie e l’histoire de la maison de savoir, a motivo del suo carattere pedagogico didattico). In altre parole Gerdil vede la storia come una celebrazione dei valori monarchici. A questo proposito importante è il suo Le Histoire du temps de Louis XV e il quadro da lui tratteggiato dell’Europa del tempo, datato al 1775-76 a motivo di un accenno che Gerdil fa ai fermenti d’indipendenza dei coloni americani d’Inghilterra. Il Piantoni ritiene che fu scritto per ordine della Corte, che gli fornì la necessaria documentazione: i cosiddetti “movimenti”. Fu scritta in contrapposizione alla storia di Voltaire relativa a Luigi XIX e XV, per mettere in risalto il valore, l’onore e l’utile di Casa Savoia nella conduzione della Guerra dei 7 anni. Se dopo l’ascesa al trono di Luigi XV e suo sposalizio, Gerdil registra fedelmente guerre e trattati voluti da re e generali, la sua appare una presentazione “agiografica” dei sovrani con fatti particolari. Un chiaro intento celebrativo, con cui si evidenzia la continua benevolenza divina con la quale si celebrano anche gli insuccessi, arrivando talvolta a considerazioni di carattere morale che fanno da contrappunto alla narrazione dei fatti. Il suo limite critico appare evidente quando Gerdil ricostruisce i moventi delle decisioni dei Sovrani: gli sfugge il complesso intreccio politico-doplomatico della situazione. Nota comunque dominante (oltre l’esattezza della registrazione degli avvenimenti) è la celebrazione del valore dei monarchi per cui la storia è a servizio della polemica antilluminista (vedi p. 255). Lo studio infine termina con i Capitoli VI (vedi p. 304): dalla Teologia alla politica: una teoria cattolica della società, ove l’A. ripercorre i punti chiave del suo pensiero sviluppati in altre suo opere successive, per esempio collocando la sua concezione politica nella componente malebranchiana del suo pensiero, e VII: Le scelte teologiche di un «principe della Chiesa».
La lettura di questo interessante volume, permette di ripercorrere l’evoluzione del pensiero del Gerdil, che se prima di impronta tomista si avvicinò al cartesianesimo, scoprendo «nel dubbio metodico un valido strumento di ricerca del vero, e come successivamente egli abbia aderito alla interpretazione malebranchiana del pensiero di Cartesio in direzione spiritualistica» (p. 405). Si avverte infatti il suo sforzo di ricercare una propria linea di pensiero, anche se nel campo politico appare fedele alla monarchia (nota la sua piena adesione alla politica sabauda) vedendo l’autorità sovrana giustificata nell’origine divina e finalizzata al bene del popolo. In particolare, questo nuovo elemento, il “popolo”, merita attenzione, ricollegandosi sia all’influenza del Muratori come della temperie di allora. Mentre nel campo teologico Gerdil si rivela strenuo difensore dei principi sanciti dalla tradizione ecclesiastica. Nelle sue Conclusioni bene rileva il Valabrega come dopo il suo trasferimento a Roma, le sue opere lo rivelino come un «fermo sostenitore della ecclesiologia filopapale contro ogni concezione per così dire democratizzante dei poteri della Chiesa, e contro ogni arrendevolezza o cedimento nei confronti dei protestanti, ai quali egli, sulla scia di Bossuet, non indica altra via per un possibile riavvicinamento alla Chiesa cattolica se non quella della completa sottomissione». Posizione dovuta non solo all’allora suo difficile incarico di Prefetto della Sacra Congregazione dell’Indice, quanto per la sua convinzione che il papato esprimesse in forma visibile l’unità spirituale della Chiesa. Alla difesa del suo primo di giurisdizione su tutta la Chiesa, Gerdil dedicò le sue ultime opere. Uno studio questo, che apre nuove piste di ricerca su uno dei più rappresentativi professori, precettori e cardinali del XVIII secolo.

Filippo Lovison



 

BARNABITI STUDI 23 (2006)

Aa.Vv., Barnabiti Studi. Rivista di ricerche storiche dei Chierici Regolari di S. Paolo (Barnabiti), Roma 23 (2006), pp. 411 s.i.p.

Il primo articolo fa la storia di una piccola Congregazione cinquecentesca di preti secolari che è l’unica ad essersi unita coi Barnabiti accettando la loro Regola, diventando così preti regolari. Fondatori sono stati i sacerdoti Antonio Pagni e Paolo Ricordàti, che a Pescia (Pistoia) hanno costruito a loro spese una chiesa nel centro città, facendola diventare presto un santuario di grande spiritualità. Data l’esiguità del territorio della diocesi di Pescia, le vocazioni stentavano a venire, ma agli inizi del Seicento venne un buon gruppo di giovani che fu educato con grande cura. Nella stessa decade del Seicento, anche per la spinta della Chiesa che non poteva digerire le Congregazioni “a metà Voti” (cioè senza voto di povertà, anche se ne praticavano la virtù), essi cercarono di unirsi a qualche Congregazione Regolare già approvata dalla Chiesa; e fu così che bussarono alla porta dei Barnabiti. Le trattative furono lunghe, perché il Granduca di Toscana negava il placet; ma alla fine lo concesse, e l’unione fu fatta. I nuovi barnabiti dovevano rifare noviziato e professione, e divennero una comunità piena di spirito e di iniziative; ma solo dopo pochi anni felici, la peste di manzoniana memoria colpì Pescia. I barnabiti pesciatini, seguendo l’esempio di tanti confratelli, si diedero con zelo ad assistere gli appestati, cadendo tutti vittima dell’inesorabile male. Uno solo di essi guarì e poté assistere i confratelli. Un altro, cioè il p. Antonio Bonvicini, era stato mandato dai Superiori in Austria e Boemia; ma quando conobbe la tragedia della sua comunità, tornò subito in patria, e toccò a lui pulire e disinfettare la casa, riaprire la chiesa, accogliere i nuovi confratelli mandati dai Superiori a riprendere la vita regolare. Il valore di questo studio consiste nell’abbondanza dei documenti pubblicati ora per la prima volta, tanto che nel testo che nelle note, le quali assommano a 475. I più importanti di essi (strumenti notarili, bolle pontificie, Costituzioni dell’Annunziata, catalogo dei terreni e della biblioteca) vengono stampati in extenso nelle appendici, che da sole occupano le pagine 118-157. E dire che il processo canonico per la beatificazione del p. Pagni è stato sospeso per la mancanza (!) di documenti!!

Il secondo articolo parla della chiesa costruita dal nostro missionario p. Paolo Nerini a Syriam (Birmania) nel 1750. Conoscevamo già l’esistenza di questa chiesa, ma non sapevamo né come essa fosse, né che fine avesse fatto. Uno studio recente su di essa, pubblicato dal Prof. Gaetano Passarelli nella rivista “Studi sull’Oriente Cristiano”, spinse lo sfacciatissimo p. Cagni a chiedergliene l’autorizzazione a ripubblicarlo in “Barnabiti Studi”. La gentilezza del Prof. Passarelli ci fornì tutto il necessario; e certamente confratelli e lettori ci ringrazieranno per questa “chicca” storica, che fissando in carta la storia di una semplice chiesa lumeggia tutto il difficile panorama della nostra missione birmana.

Il terzo articolo a firma di Barbro Lindqvist, di spirito uguale al precedente, lumeggia il metodo usato dal p. Carlo Moro nella missione di Svezia. Col difficile temperamento svedese egli ha fatto centro solo col suo modo di essere e di comportarsi. L’articolo non è recente, ma narra fatti e apprezzamenti che rendono attuale l’esperienza d’allora, come anche le opportunità e le persone che non sempre i Superiori seppero avvertire e accogliere. I nostri missionari si innamorarono veramente del loro campo d’apostolato, e riuscirono a sgretolare il pregiudiziale muro di sfiducia verso la Chiesa Cattolic

Il quarto articolo, dovuto al p. Filippo Lovison, intende valorizzare un importante nucleo di documenti gazzoliani che tempo fa costituivano un fondo omogeneo e ben preciso, ma che poi emigrarono in direzioni diverse e che ora si stanno ricompattando e pubblicando per utilità comune (cfr. le note 42 e 182, rispettivamente alle pagine 218 e 275). Il calvario umano e spirituale del p. Gazzola passa come un film davanti ai nostri occhi, rivelandosi nella corrispondenza con l’amico p. Luigi Zoia nel suo lato più intimo e sofferto. L’articolo si divide in due parti. La prima è la ricostruzione dei fatti e delle circostanze in cui il p. Gazzola è venuto a trovarsi; la seconda è la pubblicazione del testo delle 39 lettere da lui scritte all’amico, accompagnate da opportune note esplicative e documentarie. Altre lettere, già fortunosamente arrivate al nostro Archivio, potranno presto venire studiate, per completare così quel nucleo originario di documenti gazzoliani di cui si parlava più sopra.

Quinto e ultimo articolo è uno studio del p. Antonio Gentili, che vuol essere un omaggio al p. Semeria nel 75° anniversario della sua morte, quasi eco del Convegno tenutosi a Sparanise (Caserta) il 25 marzo 2006 che s’intitolò al 75° della morte del p. Semeria, e come preludio al Colloquio di studio dello stesso titolo che si terrà a Roma, in San Carlo ai Catinari, il 15 marzo 2007. Anche questo articolo si divide in due parti. La prima (Lineamenti biografici) è come una nuova biografia, basata quasi esclusivamente sul vasto aggiornamento bibliografico che è argomento della seconda parte e che s’intitola Rassegna bibliografica. La prima parte reca il gusto di aspetti inediti del p. Semeria, resi vivaci da frasi caratteristiche tratte dalla nuova bibliografia; la seconda parte, che è in corpo minore per non gonfiare troppo la già gonfia mole del fascicolo della rivista, ha l’orgoglio di presentare quanto di benevolo o di malevolo è stato scritto su Semeria da quando (1967) il p. Virginio Colciago ha pubblicato la sua silloge di bibliografia semeriana nel II volume di Saggi… clandestini. Si tratta di un imponente elenco di circa 1.300 titoli, spesso descritti o commentati, frequentemente comprensivi di altri studi parziali, e talvolta essi stessi silloge di altri studi.

Il volume termina con tre recensioni di libri d’argomento barnabitico, come sempre facciamo: il libro di Massimo Angeleri sul Rosminianesimo di P. Gazzola; quattro volumi dell’Epistolario del vescovo barnabita Albert Bailly, curato a Aosta e già arrivato al vol. II; e il volume del p. Sergio Pagano su un faldone d’archivio da lui individuato e pubblicato, che è testimone della varia eterodossia esistente nel tortonese a cavallo tra Cinque e Seicento. Segue il solito Indice dei nomi di persona e di luogo, col Sommario delle annate.

Così anche la nostra piccola rivista, con lo studio analitico di argomenti riguardanti fatti e personaggi della nostra Congregazione, prepara un po’ di materiale a chi un giorno sarà chiamato a fare la sintesi di tutta la nostra storia, oggi ferma al 1825.

Giuseppe Cagni

CONVEGNO AL CENTRO STUDI STORICI

Dal 12 al 15 settembre 2006 si è svolto, presso la sede del Centro Studi Storici dei PP. Barnabiti in Roma, il XIV Convegno di Studio promosso dall’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, sul tema: «Le donne nella Chiesa in Italia». Vi hanno partecipato una settantina fra professori e studiosi anche appartenenti a diversi Ordini religiosi maschili e femminili, tra cui le Angeliche madre Angelina e madre Maria Annunziata. Il Reverendissimo Superiore Generale, Giovanni M. Villa, ha rivolto un indirizzo di saluto all’apertura dei lavori, ha partecipato ad alcune sessioni e ha concelebrato la S. Messa con Sua Em.za il Cardinale Achille Silvestrini.

Il Centro Studi Storici è stato rappresentato per l’occasione dal suo Direttore, p. Filippo Lovison, che non solo ha fatto gli onori di casa, ma ha anche tenuto la conferenza: «Donne e riforma della Chiesa in epoca moderna». Partendo da una rapida descrizione dei tre “stati” principali del mondo muliebre in epoca moderna, e dopo essersi soffermato in particolare sulla figura della “divina maestra” – l’angelica Paola Antonia Negri –, il Padre ha delineato il complesso panorama storico che ha visto un’indiscutibile partecipazione della donna alla vita della Chiesa pre e post Tridentina.

Altrettanto interessanti per la nostra storia domestica si sono rivelate tutte le altre relazioni: Gabriella Bruna Zarri: «Le donne nella Chiesa in Italia: bilancio storiografico»; Emanuela Prinzivalli: «La recente storiografia riguardante la donna nel cristianesimo antico»; Maria Consiglia de Matteis: «Variazioni di tipologia e di funzioni della donna nel Medio Evo nelle fonti ecclesiastiche: campioni»; suor Lea Montuschi: «I Sermoni di Sant’Umiltà»; Adele Simonetti: «Donna e demonio»; Marcello Falletti di Villafalletto: «La redenzione della donna: Giulia Falletti di Barolo». Le conclusioni sono state affidate a Lucetta Scaraffia e al p. Luigi Mezzadri. Verranno presto pubblicati gli Atti.

È la prima volta che il Centro Studi Storici ospita un convegno. La buona riuscita dell’evento – celebratosi nella bella sala Erba da poco completata – è stata resa possibile grazie anche all’appoggio dato dalla Comunità dei Padri di San Carlo, e ha rappresentato un’occasione preziosa per far meglio conoscere l’attività del nostro Centro Studi Storici e per consolidare sempre più stretti rapporti di collaborazione scientifica con diversi studiosi e con le istituzioni culturali da loro rappresentate.

In tale occasione sono state anche rinnovate le cariche interne dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, che hanno visto eleggere in seno al suo Consiglio di Presidenza, per il triennio 2006-2009, anche il nostro p. Lovison.

Filippo Lovison

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