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RECENSIONE
Roberto VALABREGA, Un anti-illuminista. Dalla cattedra alla porpora.
Giacinto Sigismondo Gerdil. Professore, precettore a corte e
cardinale. Deputazione Subalpina di Storia Patria, Studi e Fonti per
la Storia dell’Università di Torino, XIII,
Torino, Palazzo Carignano, 2004, 421 pp.
Il Cardinale Sigismondo Gerdil (Samoens 1718-1802 Roma) è una delle
glorie della Savoia. Non appare forse superfluo ricordare come
ancora fanciullo, nella sua cittadina natale conobbe i Barnabiti
intenti a predicarvi una missione. Entrato nell’Ordine dopo essere
stato loro alunno nei collegi di Bonenville, Thonon e Annecy,
intelligentissimo e dalle idee ben chiara, alcune settimane prima di
entrare in Noviziato, a Ginevra, roccaforte del calvinismo, si recò
nelle scuole teologiche dei protestanti per incontrare gli studenti
e invitarli a tornare alla retta fede; sarebbe stata questa la linea
di condotta di tutta la sua vita, che conobbe momenti di grande
prestigio: grande conoscitore della lingua italiana (più tardi gli
Accademici della Crusca lo vorranno tra i loro membri), si rivelò
ben presto un grande teologo. Il Cardinale Lambertini, una volta
conosciutolo, lo volle come amico, tanto che a solo 18 anni il
giovane Gerdil si trovava a passeggiare nella sua carrozza mentre
lui gli affidava la traduzione in latino di alcuni brani di autori
francesi, che poi inserirà nella sua celebre opera De beatificazione
et canonizatione… Un anno dopo Gerdil già insegnava filosofia a
Macerata nel collegio del proprio Ordine e, passato a Casal
Monferrato, ricevette l’ordinazione sacerdotale, componendo, nel
tempo libero, la sua prima grande opera pubblicata a Torino nel
1747: L’immaterialité de l’âme demontreé contre M. Locke par le
mêmes Principes, par lesquels ce philosophe démontre l’Existence et
l’Immortalité de Dieu…. Vittorio Amedeo III gli offrì la cattedra di
Etica all’Università di Torino e cinque anni dopo quella di Teologia
morale, occupandosi con successo anche della matematica. Quando
Rousseau lesse il suo anti Emilio riconoscerà: «è l’unico scritto
contro di me che io trovi degno di me». Nel frattempo nel 1758 il
Papa suggeriva al re Carlo Emanuele III di affidare alle sue cure il
principino suo nipote, mentre pubblicava un trattato contro il
duello. Clemente XIV nel 1773 lo riservò cardinale in pectore finché
nel 1776 Pio VI lo chiamò a Roma per farlo consultore del S.
Ufficio, Vescovo in partibus e l’anno dopo cardinale. Dopo di che si
dedicò a combattere strenuamente il giansenismo in Italia difendendo
la legittimità della devozione del Sacro Cuore di Gesù. Fu lui anzi
che redasse la bolla Auctorem Dei (fidei??). Se la Rivoluzione
francese lo aveva scacciato da Roma, verso la fine del 1799 partì
per Venezia dove si teneva il conclave per l’elezione del nuovo
Papa. Benché ottantaduenne quasi tutti i cardinali pensarono a lui.
Ma si oppose la volontà politiche del governo austriaco avverso alla
Francia, a cui apparteneva di nascita il Gerdil. Il cardinale
Hertzan, portavoce dell’Austria presentò il veto dell’Imperatore.
Dal conclave uscì così eletto Pio VII. Gerdil lo seguì a Roma ed
ebbe ancora la forza di scrivere contro il Regalismo. Morì il 12
agosto 1802. Il papa stesso benedisse la sua salma che fu sepolta
nella chiesa di San Carlo ai Catinari.
Basta questo brevissimo profilo biografico, benché necessariamente
mutilo del sua non certo piccola produzione letteraria, per
comprendere l’importanza di questo nuovo studio che vede il Gerdil
impegnato a fronteggiare il nuovo che avanzava in un’epoca in rapida
trasformazione. Il Valabrega infatti, avendo già affrontato la
poliedrica figura del Gerdil nella sua Tesi di Laurea discussa a
Torino nel corso dell’Anno Accademico 1997-98 (cfr. Lettura e
critica dell’Illuminismo nell’opera di Gerdil) e nel numero speciale
di questa stessa rivista a lui dedicata con il suo articolo Gerdil e
la critica alla cultura dei Lumi (cfr. «Barnabiti Studi», 18
[2001]), può allargare ora il suo campo d’indagine per concentrarsi
sul non trascurabile ruolo che ricoprì l’illustre Barnabita nella
temperie culturale piemontese del XVIII secolo, soprattutto nella
sua veste di docente dell’Università di Torino e di membro della
Reale Accademia delle Scienze. L’obiettivo proposto è quello di
verificare la reale portata della sua linea di pensiero rispetto
agli impulsi novatori del tempo, al di la di quelle possibili
forzature contingenti che lo dipingevano di volta in volta come un
acceso anti illuminista. Se il Gerdil seguiva quel nuovo metodo che
partiva dagli stessi principi sani dell’avversario per poi
confutarlo, da una calibrata messa a fuoco delle sue risposte in
merito ad alcuni temi allora particolarmente dibattuti – come la
funzione economica del lusso, l’usura, il giudizio sulle culture
indigene dell’America Settentrionale, etc. –, si evince dallo studio
dell’A. come al di sopra di ogni sterile polemica il Barnabita,
dialogando con le più svariate problematiche suscitate dal pensiero
moderno nel campo politico, sociale ed economico, si sia prodigato
in una netta e convinta difesa dei principi della tradizione
cattolica (vedi, per esempio, il suo Super solididate petrae
fundatam a Christo del 28 novembre 1786). Da qui il suo sforzo,
all’insegna non tanto di una sterile apologia controversistica,
quanto piuttosto di una fine critica avvezza al rigore logico del
pensiero dell’Aquinate: «Un chef d’oeuvre de methode, d’ordre, de
raisonnement» (p. 9). La vicinanza di pensiero con il Muratori e
l’attaccamento alla tradizione pedagogica del proprio Ordine
religioso di appartenenza, lo spinsero ad aprirsi alle scienze
sperimentali, dell’erudizione, della matematica, della storia,
richiamandosi, benché considerato troppo audace a motivo della
diffidenza dello Stato Sabaudo nei confronti della Curia Romana, al
progetto di riordino dell’Università di Torino stilato da Scipione
Maffei nel 1718.
Una volta ammorbiditesi sotto Carlo Emanuele III le posizioni
giurisdizionaliste di Vittorio Amedeo II, grazie al conseguente
miglioramento dei rapporti con la gerarchia ecclesiastica che aprì
la strada a possibili compromessi con gli Ordini religiosi, come già
si è notato si giunse alla fondazione del Collegio dei Barnabiti di
San Paolo a Casale Monferrato, che divenne la Sede delle Scuole
Regie (p. 22). Qui il Gerdil fu chiamato per un decennio a ricoprire
la Cattedra di Filosofia, mentre insegnava tale disciplina nelle
scuole dei Barnabiti di Macerata, superando in tal modo
l’atteggiamento sospettoso del Magistrato dell’Università; a questo
interessante periodo l’A. dedica l’intero secondo capitolo del suo
volume.
Ma è soprattutto nel III capitolo dedicato al Gerdil maestro sulla
cattedra di Filosofia Morale e su quella di Teologia Morale (pp.
113-131) che appare a “tutto tondo” il ruolo da lui ricoperto
nell’ambiente universitario torinese (pp. 132-152). Con le riforme
del 1720 e del 1729, l’Università di Torino aveva infatti molto
ampliato il suo ruolo di educatrice della società subalpina. Tra le
nuove cattedre c’era anche quella di Teologia Morale, affiancate da
quattro conferenze di Teologia morale per il clero finanziate dallo
stesso re Carlo Emanuele III allo scopo di appianare le divergenze
teologiche esistenti e ricondurre il tutto alla dottrina dell’Aquinate.
Il Gerdil salì in cattedra nel novembre del 1750 succedendo a
Michele Cesati che era diventato vescovo di Mondovì. Le sue capacità
e la chiara ispirazione del P. Malebranche (vedi la sua Défense du
sentiment du P. Malebranche… del 1748), ne facevano la persona più
indicata. Secondo il Regolamento, tenne la prolusione al nuovo Anno
accademico, nella quale non fece sfoggio tanto di eloquenza,
dimostrando, in opposizione a Montesquieu, che la virtù politica era
necessaria allo Stato (fu data alle stampe dopo varie revisioni).
Per il Gerdil, la virtù politica si identificava con l’amor patrio,
il senso del dovere e il rispetto della legge, e non come voleva il
Montesquieu con l’interesse dello Stato. L’orientamento filo-sabaudo
permeava il pensiero gerdiliano, per il quale la felicità del popolo
doveva essere il supremo impegno di ogni governante. Pubblicando la
sua Prolusione, ebbe poi l’accortezza di accompagnarla con 15
“questioni” che, benché solo marginalmente presenti nel suo
discorso, criticavano Montesquieu, concorrendo all’assunto che la
virtù morale è il principio insostituibile di qualsiasi governo che
voglia assicurarsi la propria e l’altrui felicità. Come la virtù
politica si basi poi sulla religione, viene trattato dal Gerdil
nella Disputatio de Religione… Sulla base di questi principi, Gerdil,
amando il confronto dialettico, confutò altre opinioni errate
riguardanti le virtù e la morale che circolavano a suo tempo.
Particolare attenzione viene posta dall’A. al periodo in cui il
Gerdil ricoprì la cattedra di Teologia Morale, una volta lasciata
nel 1754 quella di Filosofia Morale. La sua Prolusione di rito
pronunciato in quello stesso anno, De Causis Academicarum
disputationum in theologiam moralem inductarum oratio…, affermava
come il troppo discutere di morale poteva avere conseguenze
pericolose, visto come dal troppo parlarne sia nato l’andazzo di
svalutarne l’importanza che invece tale disciplina ricopre. Alieno
da ogni forma di lassismo e di rigorismo, inclina all’equilibrio del
probabilionismo abbracciando con mente pura e cuore distaccato tanti
casi pratici, rivelando in tal modo le metodologie che informeranno
i suoi corsi. Qui il Valabrega introduce l’analisi dell’opera
Theologiae Moralis libri quattuor, iniziando con il fondamentale
Trattato De actibus humanis, la base di tutta la moralità umana.
Compito della Teologia Morale non sarebbe stato dunque quello di
trasmettere l’opinione del docente, ma i sani principi contenuti
nella tradizione ecclesiastica. L’A. pur non ripercorrendo nel
volume l’insegnamento gerdiliano nel suo pieno svolgimento, ne fa
emergere i punti-chiave del pensiero, che sempre cerca di saldare le
norme morali con quelle insite nella natura umana. Vengono così, di
volta in volta, affrontati vari problemi pratici, come i contratti e
l’usura. Lo studio focalizza così il Gerdil nel suo ambiente
universitario, che lo accolse con grande stima (partecipò con altri
professori al Sinodo Torinese del 1755) e dove esercitò, grazie alla
sua cultura, avesse un forte ascendente sugli altri professori, che
ripudiavano Montesquieu, Rousseau e tutti i Philosophes in genere.
Ascendente che caratterizzava la sua persona a corte come
all’Università (vedi le vicende ampiamente descritte nel volume
riguardanti Francescantonio Chianio col il suo De regimine Ecclesiae,
lezioni di impostazione giurisdizionalista. Carlo Emanuele III fece
sequestrare gli scritti incriminati e partì l’inchiesta. Nella
Commissione c’era anche il Gerdil che consegnò un parere ispirato a
moderazione e equilibrio: si astenne da ogni censura, ma spiegò le
frasi incriminate che erano non bene espresse).
Nella seconda parte sempre del capitolo III, l’A. continua a
descrivere il ruolo esercitato dal Gerdil nell’Ateneo torinese, per
esempio nei confronti della funzione di controllo sul progetto di
riforma del Corso di Teologia scolastico-dogmatica proposta da G.B.
Vasco, dopo la sua nomina a docente di teologia all’Università di
Cagliari. Nonostante la moderazione del Vasco, Gerdil presentò delle
critiche precise, per esempio, insistendo sul quadriennio, al posto
del quinquennio. Punti questi in cui Vasco si discostava da S.
Tommaso e di conseguenza offriva il fianco alla critiche del
Barnabita, che si presenta come il “Tutore dei Regolamenti
dell’Università di Torino”. Basti qui accennare ai punti di contatto
tra Carlo Denina e il suo l’Anti Emilio: educazione come strumento
atto a formare i costumi e riformare l’equilibrio nei giovani;
vantaggio per lo Stato e una valida educazione. Danina appariva
comunque più aperto del Gerdil, anche per l’ambiente cosmopolita
causato dai diplomatici presenti alla Corte Sabauda. Oltre il Danina,
anche Francesco Regis condivideva con il Gerdil l’importanza della
cultura classica come baluardo contro la decadenza dei costumi e
l’abuso della Filosofia. Benvenuto Rubio sviluppò in senso
oltranzista l’anti illuminismo di Gerdil nel Trattato Della Falsa
Filosofia, e in campo educativo continuò l’Anti emilio di Gerdil non
solo riguardo all’educazione del fanciulli, ma anche dei giovani.
Gerdil fece lodi ma anche critiche al matrimonio e all’usura (l’A.
rimanda la trattazione dell’usura al capitolo VI, fermandosi in
questo capitolo sul De Matrimonio). Alle critiche poi mossegli dal
Conte di Malines, che cioè il Gerdil era il meno adatto a educare un
principe, perché non gli dava piena coscienza dei suoi diritti
sovrani e i mezzi per rintuzzare le pretese curiali di competenza su
tutto il campo matrimoniale, Gerdil operò una chiara distinzione tra
la sacramentalità del matrimonio voluta da Cristo e di competenza
ecclesiastica, con l’aspetto fondamentale del contratto naturale che
rimane anche con l’elevazione del matrimonio a sacramento e che non
pregiudica gli effetti civili del matrimonio, i quali competono al
Principe. Bene evidenzia poi il Valabrega il ruolo che il Gerdil
ebbe nella fondazione dell’Accademia delle Scienze, come la sua
liberalità nelle materie e nell’ambiente vario dei ricercatori,
anche illuministi, ma tutti tesi al progresso scientifico.
Nel capitolo IV si affronta l’azione educativa del Gerdil, che dal
1758 assunse il ruolo di precettore del nipotino di Carlo Emanuele
III, Carlo Emanuele IV. Il suo progetto educativo viene documentato
da alcune opere, di natura diversa e a seconda dei momenti e delle
finalità con cui furono composte. Di composizione prettamente
didattica appaiono il Plan d’etudes pour le Prince de Piemont e il
Plan d’etudes pur in jeune Seigneur, ambedue composti a Torino e
pubblicati nel 1784 a Bologna e 1806 a Roma. Essi bene si
inseriscono nella tradizione delle Institutiones du Prince, composte
alla Corte francese. Gerdil li conosceva perché li citò (Bossuet,
Fenelon, Yvateaux, de Comines), anche se si appoggiò di più su Paolo
Mattia Doria (cfr. «Della educazione del Principe»), preso a modello
in campo etico, pedagogico e civile, come ancora attestano le
numerose citazioni. Comuni a Gerdil e Doria appaiono l’educazione
religiosa, l’importanza attribuita alla logica e alla metafisica per
la formazione intellettuale, e il criterio logico posto alla base di
ogni distinzione di vero e di bello. E qui l’A. fa l’elenco delle
principali fonti a cui il Gerdil si era ispirato nelle varie
discipline da lui trattate (storia, mitologia, ecc.). Importante,
tra l’altro, il suo Regole da osservarsi dalli signorri convittori
del Collegioo Ecclesiastico eretto dalla singolar beneficenza e
pietà del Santo Padre Innocenzo XII di santa memoria per gli
ecclesiastici secolari… del 1784.
Il capitolo V dimostra come già nell’Anti Emilio e più ancora nel
Plan d’Etudes pour un jeunne seigneur, Gerdil consideri la storia
(specialmente quella antica) come una grande maestra di saggezza e
di moralità, oltre che insigne strumento utile alla riflessione
(vedi la distinzione tra istruzione che illumina e rischiara lo
spirito ed erudizione che l’arricchisce, quando non la
sovraccarichi…), diventando anche scuola di ragionamento, per la
serie di mutamenti che dipendono da altri mutamenti. Non si
configura comunque una trattazione organica sulla funzione della
cultura storica nell’educazione e formazione di un uomo; sono solo
osservazioni presenti qua e là. Gerdil infatti non è uno storico ma
un ragionatore, che vede la storia come insegnamento di morale
civile e politica. Egli possiede la naturale tendenza a valutare
fatti e personaggi dal punto di vista morale; e quindi la storia
viene vista come una palestra per imparare a ragionare e a collegare
le idee, nonché i fatti visti come cause vicine o lontane dei
processi storici (cfr. l’Historie des sece de philosophie e l’histoire
de la maison de savoir, a motivo del suo carattere pedagogico
didattico). In altre parole Gerdil vede la storia come una
celebrazione dei valori monarchici. A questo proposito importante è
il suo Le Histoire du temps de Louis XV e il quadro da lui
tratteggiato dell’Europa del tempo, datato al 1775-76 a motivo di un
accenno che Gerdil fa ai fermenti d’indipendenza dei coloni
americani d’Inghilterra. Il Piantoni ritiene che fu scritto per
ordine della Corte, che gli fornì la necessaria documentazione: i
cosiddetti “movimenti”. Fu scritta in contrapposizione alla storia
di Voltaire relativa a Luigi XIX e XV, per mettere in risalto il
valore, l’onore e l’utile di Casa Savoia nella conduzione della
Guerra dei 7 anni. Se dopo l’ascesa al trono di Luigi XV e suo
sposalizio, Gerdil registra fedelmente guerre e trattati voluti da
re e generali, la sua appare una presentazione “agiografica” dei
sovrani con fatti particolari. Un chiaro intento celebrativo, con
cui si evidenzia la continua benevolenza divina con la quale si
celebrano anche gli insuccessi, arrivando talvolta a considerazioni
di carattere morale che fanno da contrappunto alla narrazione dei
fatti. Il suo limite critico appare evidente quando Gerdil
ricostruisce i moventi delle decisioni dei Sovrani: gli sfugge il
complesso intreccio politico-doplomatico della situazione. Nota
comunque dominante (oltre l’esattezza della registrazione degli
avvenimenti) è la celebrazione del valore dei monarchi per cui la
storia è a servizio della polemica antilluminista (vedi p. 255). Lo
studio infine termina con i Capitoli VI (vedi p. 304): dalla
Teologia alla politica: una teoria cattolica della società, ove l’A.
ripercorre i punti chiave del suo pensiero sviluppati in altre suo
opere successive, per esempio collocando la sua concezione politica
nella componente malebranchiana del suo pensiero, e VII: Le scelte
teologiche di un «principe della Chiesa».
La lettura di questo interessante volume, permette di ripercorrere
l’evoluzione del pensiero del Gerdil, che se prima di impronta
tomista si avvicinò al cartesianesimo, scoprendo «nel dubbio
metodico un valido strumento di ricerca del vero, e come
successivamente egli abbia aderito alla interpretazione
malebranchiana del pensiero di Cartesio in direzione
spiritualistica» (p. 405). Si avverte infatti il suo sforzo di
ricercare una propria linea di pensiero, anche se nel campo politico
appare fedele alla monarchia (nota la sua piena adesione alla
politica sabauda) vedendo l’autorità sovrana giustificata
nell’origine divina e finalizzata al bene del popolo. In
particolare, questo nuovo elemento, il “popolo”, merita attenzione,
ricollegandosi sia all’influenza del Muratori come della temperie di
allora. Mentre nel campo teologico Gerdil si rivela strenuo
difensore dei principi sanciti dalla tradizione ecclesiastica. Nelle
sue Conclusioni bene rileva il Valabrega come dopo il suo
trasferimento a Roma, le sue opere lo rivelino come un «fermo
sostenitore della ecclesiologia filopapale contro ogni concezione
per così dire democratizzante dei poteri della Chiesa, e contro ogni
arrendevolezza o cedimento nei confronti dei protestanti, ai quali
egli, sulla scia di Bossuet, non indica altra via per un possibile
riavvicinamento alla Chiesa cattolica se non quella della completa
sottomissione». Posizione dovuta non solo all’allora suo difficile
incarico di Prefetto della Sacra Congregazione dell’Indice, quanto
per la sua convinzione che il papato esprimesse in forma visibile
l’unità spirituale della Chiesa. Alla difesa del suo primo di
giurisdizione su tutta la Chiesa, Gerdil dedicò le sue ultime opere.
Uno studio questo, che apre nuove piste di ricerca su uno dei più
rappresentativi professori, precettori e cardinali del XVIII secolo.
Filippo Lovison
BARNABITI STUDI 23 (2006)
Aa.Vv., Barnabiti Studi. Rivista di ricerche storiche dei Chierici
Regolari di S. Paolo (Barnabiti), Roma 23 (2006), pp. 411 s.i.p.
Il primo
articolo fa la storia di una piccola Congregazione cinquecentesca di
preti secolari che è l’unica ad essersi unita coi Barnabiti
accettando la loro Regola, diventando così preti regolari. Fondatori
sono stati i sacerdoti Antonio Pagni e Paolo Ricordàti, che a Pescia
(Pistoia) hanno costruito a loro spese una chiesa nel centro città,
facendola diventare presto un santuario di grande spiritualità. Data
l’esiguità del territorio della diocesi di Pescia, le vocazioni
stentavano a venire, ma agli inizi del Seicento venne un buon gruppo
di giovani che fu educato con grande cura. Nella stessa decade del
Seicento, anche per la spinta della Chiesa che non poteva digerire
le Congregazioni “a metà Voti” (cioè senza voto di povertà, anche se
ne praticavano la virtù), essi cercarono di unirsi a qualche
Congregazione Regolare già approvata dalla Chiesa; e fu così che
bussarono alla porta dei Barnabiti. Le trattative furono lunghe,
perché il Granduca di Toscana negava il placet; ma alla fine lo
concesse, e l’unione fu fatta. I nuovi barnabiti dovevano rifare
noviziato e professione, e divennero una comunità piena di spirito e
di iniziative; ma solo dopo pochi anni felici, la peste di
manzoniana memoria colpì Pescia. I barnabiti pesciatini, seguendo
l’esempio di tanti confratelli, si diedero con zelo ad assistere gli
appestati, cadendo tutti vittima dell’inesorabile male. Uno solo di
essi guarì e poté assistere i confratelli. Un altro, cioè il p.
Antonio Bonvicini, era stato mandato dai Superiori in Austria e
Boemia; ma quando conobbe la tragedia della sua comunità, tornò
subito in patria, e toccò a lui pulire e disinfettare la casa,
riaprire la chiesa, accogliere i nuovi confratelli mandati dai
Superiori a riprendere la vita regolare. Il valore di questo studio
consiste nell’abbondanza dei documenti pubblicati ora per la prima
volta, tanto che nel testo che nelle note, le quali assommano a 475.
I più importanti di essi (strumenti notarili, bolle pontificie,
Costituzioni dell’Annunziata, catalogo dei terreni e della
biblioteca) vengono stampati in extenso nelle appendici, che da sole
occupano le pagine 118-157. E dire che il processo canonico per la
beatificazione del p. Pagni è stato sospeso per la mancanza (!) di
documenti!!
Il secondo
articolo parla della chiesa costruita dal nostro missionario p.
Paolo Nerini a Syriam (Birmania) nel 1750. Conoscevamo già
l’esistenza di questa chiesa, ma non sapevamo né come essa fosse, né
che fine avesse fatto. Uno studio recente su di essa, pubblicato dal
Prof. Gaetano Passarelli nella rivista “Studi sull’Oriente
Cristiano”, spinse lo sfacciatissimo p. Cagni a chiedergliene
l’autorizzazione a ripubblicarlo in “Barnabiti Studi”. La gentilezza
del Prof. Passarelli ci fornì tutto il necessario; e certamente
confratelli e lettori ci ringrazieranno per questa “chicca” storica,
che fissando in carta la storia di una semplice chiesa lumeggia
tutto il difficile panorama della nostra missione birmana.
Il terzo
articolo a firma di Barbro Lindqvist, di spirito uguale al
precedente, lumeggia il metodo usato dal p. Carlo Moro nella
missione di Svezia. Col difficile temperamento svedese egli ha fatto
centro solo col suo modo di essere e di comportarsi. L’articolo non
è recente, ma narra fatti e apprezzamenti che rendono attuale
l’esperienza d’allora, come anche le opportunità e le persone che
non sempre i Superiori seppero avvertire e accogliere. I nostri
missionari si innamorarono veramente del loro campo d’apostolato, e
riuscirono a sgretolare il pregiudiziale muro di sfiducia verso la
Chiesa Cattolic
Il quarto
articolo, dovuto al p. Filippo Lovison, intende valorizzare un
importante nucleo di documenti gazzoliani che tempo fa costituivano
un fondo omogeneo e ben preciso, ma che poi emigrarono in direzioni
diverse e che ora si stanno ricompattando e pubblicando per utilità
comune (cfr. le note 42 e 182, rispettivamente alle pagine 218 e
275). Il calvario umano e spirituale del p. Gazzola passa come un
film davanti ai nostri occhi, rivelandosi nella corrispondenza con
l’amico p. Luigi Zoia nel suo lato più intimo e sofferto. L’articolo
si divide in due parti. La prima è la ricostruzione dei fatti e
delle circostanze in cui il p. Gazzola è venuto a trovarsi; la
seconda è la pubblicazione del testo delle 39 lettere da lui scritte
all’amico, accompagnate da opportune note esplicative e
documentarie. Altre lettere, già fortunosamente arrivate al nostro
Archivio, potranno presto venire studiate, per completare così quel
nucleo originario di documenti gazzoliani di cui si parlava più
sopra.
Quinto e ultimo
articolo è uno studio del p. Antonio Gentili, che vuol essere un
omaggio al p. Semeria nel 75° anniversario della sua morte, quasi
eco del Convegno tenutosi a Sparanise (Caserta) il 25 marzo 2006 che
s’intitolò al 75° della morte del p. Semeria, e come preludio al
Colloquio di studio dello stesso titolo che si terrà a Roma, in San
Carlo ai Catinari, il 15 marzo 2007. Anche questo articolo si divide
in due parti. La prima (Lineamenti biografici) è come una nuova
biografia, basata quasi esclusivamente sul vasto aggiornamento
bibliografico che è argomento della seconda parte e che s’intitola
Rassegna bibliografica. La prima parte reca il gusto di aspetti
inediti del p. Semeria, resi vivaci da frasi caratteristiche tratte
dalla nuova bibliografia; la seconda parte, che è in corpo minore
per non gonfiare troppo la già gonfia mole del fascicolo della
rivista, ha l’orgoglio di presentare quanto di benevolo o di
malevolo è stato scritto su Semeria da quando (1967) il p. Virginio
Colciago ha pubblicato la sua silloge di bibliografia semeriana nel
II volume di Saggi… clandestini. Si tratta di un imponente elenco di
circa 1.300 titoli, spesso descritti o commentati, frequentemente
comprensivi di altri studi parziali, e talvolta essi stessi silloge
di altri studi.
Il volume
termina con tre recensioni di libri d’argomento barnabitico, come
sempre facciamo: il libro di Massimo Angeleri sul Rosminianesimo di
P. Gazzola; quattro volumi dell’Epistolario del vescovo barnabita
Albert Bailly, curato a Aosta e già arrivato al vol. II; e il volume
del p. Sergio Pagano su un faldone d’archivio da lui individuato e
pubblicato, che è testimone della varia eterodossia esistente nel
tortonese a cavallo tra Cinque e Seicento. Segue il solito Indice
dei nomi di persona e di luogo, col Sommario delle annate.
Così anche la
nostra piccola rivista, con lo studio analitico di argomenti
riguardanti fatti e personaggi della nostra Congregazione, prepara
un po’ di materiale a chi un giorno sarà chiamato a fare la sintesi
di tutta la nostra storia, oggi ferma al 1825.
Giuseppe Cagni
CONVEGNO AL CENTRO STUDI
STORICI
Dal 12 al 15
settembre 2006 si è svolto, presso la sede del Centro Studi Storici
dei PP. Barnabiti in Roma, il XIV Convegno di Studio promosso
dall’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa,
sul tema: «Le donne nella Chiesa in Italia». Vi hanno partecipato
una settantina fra professori e studiosi anche appartenenti a
diversi Ordini religiosi maschili e femminili, tra cui le Angeliche
madre Angelina e madre Maria Annunziata. Il Reverendissimo Superiore
Generale, Giovanni M. Villa, ha rivolto un indirizzo di saluto
all’apertura dei lavori, ha partecipato ad alcune sessioni e ha
concelebrato la S. Messa con Sua Em.za il Cardinale Achille
Silvestrini.
Il Centro Studi
Storici è stato rappresentato per l’occasione dal suo Direttore, p.
Filippo Lovison, che non solo ha fatto gli onori di casa, ma ha
anche tenuto la conferenza: «Donne e riforma della Chiesa in epoca
moderna». Partendo da una rapida descrizione dei tre “stati”
principali del mondo muliebre in epoca moderna, e dopo essersi
soffermato in particolare sulla figura della “divina maestra” –
l’angelica Paola Antonia Negri –, il Padre ha delineato il complesso
panorama storico che ha visto un’indiscutibile partecipazione della
donna alla vita della Chiesa pre e post Tridentina.
Altrettanto
interessanti per la nostra storia domestica si sono rivelate tutte
le altre relazioni: Gabriella Bruna Zarri: «Le donne nella Chiesa in
Italia: bilancio storiografico»; Emanuela Prinzivalli: «La recente
storiografia riguardante la donna nel cristianesimo antico»; Maria
Consiglia de Matteis: «Variazioni di tipologia e di funzioni della
donna nel Medio Evo nelle fonti ecclesiastiche: campioni»; suor Lea
Montuschi: «I Sermoni di Sant’Umiltà»; Adele Simonetti: «Donna e
demonio»; Marcello Falletti di Villafalletto: «La redenzione della
donna: Giulia Falletti di Barolo». Le conclusioni sono state
affidate a Lucetta Scaraffia e al p. Luigi Mezzadri. Verranno presto
pubblicati gli Atti.
È la prima
volta che il Centro Studi Storici ospita un convegno. La buona
riuscita dell’evento – celebratosi nella bella sala Erba da poco
completata – è stata resa possibile grazie anche all’appoggio dato
dalla Comunità dei Padri di San Carlo, e ha rappresentato
un’occasione preziosa per far meglio conoscere l’attività del nostro
Centro Studi Storici e per consolidare sempre più stretti rapporti
di collaborazione scientifica con diversi studiosi e con le
istituzioni culturali da loro rappresentate.
In tale
occasione sono state anche rinnovate le cariche interne
dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa,
che hanno visto eleggere in seno al suo Consiglio di Presidenza, per
il triennio 2006-2009, anche il nostro p. Lovison.
Filippo Lovison |